Penso a tante cose, alcune serie e altre meno, e mi è venuto in mente di condividerle con chi ha tempo da perdere ed è curioso di sapere come si può fare per adattarsi alla vita da emigrante, o almeno come sto provando ad adattarmi io.
Cominciare a raccontare della mia partenza parlando proprio dell'arrivo, o meglio del posto dove sono arrivata, mi sembra un buon tributo a una bella città e alla bella gente che ci sta dentro, ma partiamo dal principio...
Volevo andare a vivere a Londra io, volevo parlare inglese, a me il francese ha sempre fatto schifo. Ho sempre odiato ogni professoressa dal momento in cui metteva piede dentro l'aula, dicendo “Bonjour” con quella erre metà moscia e metà dura, e loro odiavano me per quanto in ogni interrogazione infilassi sempre qualche vocabolo napoletano o romagnolo, mica lo facevo apposta, è che proprio dire “lavuré” al posto di “traviller” mi veniva spontaneo.
Volevo andare a vivere a Londra punto, invece mi ritrovo a Bruxelles, parlo francese e alla fine non mi dispiace proprio per niente.
Vivo nel quartiere arabo un po' malfamato, popolato da una strana fauna, sicuramente variopinta e molto più piacevole di quello che avrei mai pensato, e ho fatto amicizia con il mio rivenditore ufficiale di sigarette, il suo monosopracciglio e anche con il figlio-scimmia, ogni volta che mi vede mi dice “Hole senorita!”. Gli ho fatto vedere i documenti, ma lui non ci crede che sono italiana, per lui rimango spagnola, è inutile che io continui a mentire, perchè tanto lui lo sa.
Ho fatto amicizia anche con il kebabbaro della piazzetta che oltre a farli, i kebab, se li mangia e si vede, però è simpatico e ci regala sempre le patatine fritte, e allora come fai a non volergli bene?
E poi c'è l'amico del fruttivendolo, quello senza denti che però sorride come se ce li avesse tutti e 32, forse anche qualcuno in più, e cerca sempre di vendermi i pomodori dell'amico suo, perchè sono più rossi di quelli della bancarella di fianco.
E anche se ormai le sirene della polizia mi fanno venire il mal di testa e il mese scorso qualcuno ha deciso di dare fuoco all'edificio all'angolo (che ci vuoi fare, so' ragazzi, lasciamoli divertire), la diffidenza iniziale è scomparsa e mi ritrovo a chiamare questo posto “casa”.
Bruxelles è tante cose, sono le cioccolaterie messe una di fianco all'altra che non ne scampi mica, un po' di cioccolata la comprerai sempre; sono i pub e i mille tipi di birra che anche se ti impegni non riuscirai a provarli tutti e le patate fritte nel cono che ti fanno compagnia la domenica in Grand Place mentre i turisti si fanno le foto o il sabato in Rue Neuve, la via dei negozi, dove la gente impazzisce e tu per attraversare ti senti Rocki contro Ivan Drago e arrivi alla fine con un occhio nero, due costole incrinate e il figlio di qualcuno attaccato a una gamba, senza essere riuscito a comprare niente ma con la consapevolezza che il sabato dopo tenterai di nuovo.
Bruxelles è arrivare davanti al Manneken Pis dopo che per anni è stata la tua pedina del Monopoli con grandi aspettative, per poi ritrovarti a guardare un putto che piscia alto 50 centimetri e rimanerci talmente male da promette che a Monopoli non ci giocherai più.
Bruxelles è poter vivere senza la macchina perché autobus e metro passano regolarmente, e sopra ci troverai SEMPRE un signore armato di carrellino per la spesa con dentro una cassa e in mano un microfono, che canterà canzoni neomelodiche stonando di brutto, poi ti chiederà le monete per mangiare, un po' mi viene da sorridere e un euro glielo regalo volentieri.
Bruxelles è sicuramente tante altre cose, dal mercato di Midi, all'Atomium , agli amici Erasmus con i quali ho condiviso film, cene, serate e sbronze (per i miei genitori: poche sbronze, non preoccupatevi) e i coinquilini che diventano la tua "famiglia in trasferta", e dici poco!
Allora, senza cadere nel banale o nel sentimentale che, per l'amor di Dio, dopo mi viene voglia di biscotti e di guardare “Il diario di Bridget Jones” accarezzando la mia ecopelliccia leopardata comprata da Primark coi saldi..Bruxelles è stata un'inaspettata e positiva sorpresa, arrivata proprio in un momento della mia vita in cui mi stavo annoiando parecchio.
Quindi riprovo a sfidare il sistema operativo e i suoi elenchi numerici e concludo con tre considerazioni, intelligenti o meno:
1) Se partire è Bruxelles, e Bruxelles è una cosa positiva, il buon Aristotele ci insegna che partire è una cosa positiva, o almeno lo è stato per me;
2) Le mie svariate professoresse di francese (che saluto, ciao prof!) alla fine si meritano un piccolo grazie, però restano stronze;
3) Non importa dove compri i pomodori, quelli di Samir saranno sempre più rossi dei tuoi.

Ammetto che anche per me Bruxelles è stata una rivalutazione dei miei insegnamenti di francese, lingua che ho odiato con tutto me stesso e con cui ho fatto pace da due anni (anche se il quatrevingt mi resta ancora sul culo) Comunque complimenti per il blog, pensavo anch'io di scriverci qualcosa sopra, è una città con una certa comicità. Ti invito volentieri a fare un salto sul mio blog, ventuno su 21, ventunosu21.wordpress.com. Ciao!
RispondiEliminaGrazie mille, anzi..un grand merci! :)
EliminaPasserò sicuramente!