domenica 2 febbraio 2014

PARTIRE E': BRUXELLES

Dopo aver perso una buona mezz'ora per far capire a Word che no, non volevo creare un elenco numerato ma solo scrivere un umile uno davanti al mio titolo ed essere stata sconfitta ancora una volta dalla tecnologia, mi trovo qui a cominciare questa “raccolta” su quello che per me ha significato partire.
Penso a tante cose, alcune serie e altre meno, e mi è venuto in mente di condividerle con chi ha tempo da perdere ed è curioso di sapere come si può fare per adattarsi alla vita da emigrante, o almeno come sto provando ad adattarmi io.
Cominciare a raccontare della mia partenza parlando proprio dell'arrivo, o meglio del posto dove sono arrivata, mi sembra un buon tributo a una bella città e alla bella gente che ci sta dentro, ma partiamo dal principio...
Volevo andare a vivere a Londra io, volevo parlare inglese, a me il francese ha sempre fatto schifo. Ho sempre odiato ogni professoressa dal momento in cui metteva piede dentro l'aula, dicendo “Bonjour” con quella erre metà moscia e metà dura, e loro odiavano me per quanto in ogni interrogazione infilassi sempre qualche vocabolo napoletano o romagnolo, mica lo facevo apposta, è che proprio dire “lavuré” al posto di “traviller” mi veniva spontaneo.
Volevo andare a vivere a Londra punto, invece mi ritrovo a Bruxelles, parlo francese e alla fine non mi dispiace proprio per niente.
Vivo nel quartiere arabo un po' malfamato, popolato da una strana fauna, sicuramente variopinta e molto più piacevole di quello che avrei mai pensato, e ho fatto amicizia con il mio rivenditore ufficiale di sigarette, il suo monosopracciglio e anche con il figlio-scimmia, ogni volta che mi vede mi dice “Hole senorita!”. Gli ho fatto vedere i documenti, ma lui non ci crede che sono italiana,  per lui rimango spagnola, è inutile che io continui a mentire, perchè tanto lui lo sa.
Ho fatto amicizia anche con il kebabbaro della piazzetta che oltre a farli, i kebab, se li mangia e si vede, però è simpatico e ci regala sempre le patatine fritte, e allora come fai a non volergli bene?
E poi c'è l'amico del fruttivendolo, quello senza denti che però sorride come se ce li avesse tutti e 32, forse anche qualcuno in più, e cerca sempre di vendermi i pomodori dell'amico suo, perchè sono più rossi di quelli della bancarella di fianco.
E anche se ormai le sirene della polizia mi fanno venire il mal di testa e il mese scorso qualcuno ha deciso di dare fuoco all'edificio all'angolo (che ci vuoi fare, so' ragazzi, lasciamoli divertire), la diffidenza iniziale è scomparsa e mi ritrovo a chiamare questo posto “casa”.
Bruxelles è tante cose, sono le cioccolaterie messe una di fianco all'altra che non ne scampi mica, un po' di cioccolata la comprerai sempre; sono i pub e i mille tipi di birra che anche se ti impegni non riuscirai a provarli tutti e le patate fritte nel cono che ti fanno compagnia la domenica in Grand Place mentre i turisti si fanno le foto o il sabato in Rue Neuve, la via dei negozi, dove la gente impazzisce e tu per attraversare ti senti Rocki contro Ivan Drago e arrivi alla fine con un occhio nero, due costole incrinate e il figlio di qualcuno attaccato a una gamba, senza essere riuscito a comprare niente ma con la consapevolezza che il sabato dopo tenterai di nuovo.
Bruxelles è arrivare davanti al Manneken Pis dopo che per anni è stata la tua pedina del Monopoli con grandi aspettative, per poi ritrovarti a guardare un putto che piscia alto 50 centimetri e rimanerci talmente male da promette che a Monopoli non ci giocherai più.
Bruxelles è poter vivere senza la macchina perché autobus e metro passano regolarmente, e sopra ci troverai SEMPRE un signore armato di carrellino per la spesa con dentro una cassa e in mano un microfono, che canterà canzoni neomelodiche stonando di brutto, poi ti chiederà le monete per mangiare, un po' mi viene da sorridere e un euro glielo regalo volentieri.
Bruxelles è sicuramente tante altre cose, dal mercato di Midi, all'Atomium , agli amici Erasmus con i quali ho condiviso film, cene, serate e sbronze (per i miei genitori: poche sbronze, non preoccupatevi) e i coinquilini che diventano la tua "famiglia in trasferta", e dici poco!
Allora, senza cadere nel banale o nel sentimentale che, per l'amor di Dio, dopo mi viene voglia di biscotti e di guardare “Il diario di Bridget Jones” accarezzando la mia ecopelliccia leopardata comprata da Primark coi saldi..Bruxelles è stata un'inaspettata e positiva sorpresa, arrivata proprio in un momento della mia vita in cui mi stavo annoiando parecchio.
Quindi riprovo a sfidare il sistema operativo e i suoi elenchi numerici e concludo con tre considerazioni, intelligenti o meno:
1) Se partire è Bruxelles, e Bruxelles è una cosa positiva, il buon Aristotele ci insegna che partire è una cosa positiva, o almeno lo è stato per me;
2) Le mie svariate professoresse di francese (che saluto, ciao prof!) alla fine si meritano un piccolo grazie, però restano stronze;
3) Non importa dove compri i pomodori, quelli di Samir saranno sempre più rossi dei tuoi.


2 commenti:

  1. Ammetto che anche per me Bruxelles è stata una rivalutazione dei miei insegnamenti di francese, lingua che ho odiato con tutto me stesso e con cui ho fatto pace da due anni (anche se il quatrevingt mi resta ancora sul culo) Comunque complimenti per il blog, pensavo anch'io di scriverci qualcosa sopra, è una città con una certa comicità. Ti invito volentieri a fare un salto sul mio blog, ventuno su 21, ventunosu21.wordpress.com. Ciao!

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    1. Grazie mille, anzi..un grand merci! :)
      Passerò sicuramente!

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